Fabrizio De Andrè

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« … a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta.»

(Fabrizio De André)

Fabrizio De André (Genova-Pegli, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999) è stato un cantautore italiano fra i più conosciuti e amati di sempre, sicuramente uno fra i più importanti. Nelle sue opere ha cantato prevalentemente storie di emarginati, ribelli e diseredati. Molti suoi testi sono considerati dei veri e propri componimenti poetici e, come tali, inseriti nella gran parte delle antologie scolastiche di letteratura. Per gli amici e gli ammiratori fu semplicemente Faber, nome che Paolo Villaggio coniò in assonanza con quello dei pastelli che il cantautore tanto amava.

Il Testamento di Tito

Non commettere atti che non siano puri, cioe’ non disperdere il seme,
feconda una donna ogni volta che l’ami, cosi’ sarai uomo di fede, poi
la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame, Io
forse, ho confuso il piacere e l’amore, ma non ho creato dolore.

La canzone di Marinella nella versione a due voci, quelle di De Andrè e Mina, dell’anno 1997

Un video amatoriale sulla base de “Ballata dell’amore cieco“, è stato messo su YouTube.

La domenica delle salme di Fabrizio De André, regia di Gabriele Salvatores. 60 anni di storia riassunti in 6 minuti.

Un Giudice
Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d’una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:

vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva “Vostro Onore”,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

Il Gorilla

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