L’Inferno di Dante e quello in Terra in mostra alle Scuderie del Quirinale

Nella sala 2 “la Bocca dell’inferno“. Sofferenze eterne nelle miniature medioevali, grottesche visioni ispirate alle figure mitologiche antiche come i Ciclopi, i Titani, i Giganti che diventano figure che conducono a Leviatano: gigantesco mostro acquatico della tradizione biblica.

Sarà proprio Dante, visto come poeta neoplatonico, profeta della nuova Italia, ad accompagnarci in questo viaggio, una catabasi, dal greco: discesa, verso paesaggi infernali in cui regna il fuoco, le tenebre, il ghiaccio.

Acquista caratteristiche di paesaggio ben definito, codificato e regolamentato, minuziose architetture che eliminano ogni residuo di caos per creare ordine.

Varcata la soglia dell’oltretomba, ecco una delle prime rappresentazioni dell’inferno: una bocca enorme e lorda, intenta a fagocitare anime brulicanti per l’eternità. L’inferno è un budello interminabile, pozzo senza fine, ‘puteus abyssi’, latrina ultima, piena di odori insopportabili, le fetide fogne in cui sono imprigionate le potenze infernali e si ammassano i mortali che hanno rifiutato Dio.

Nel II secolo Tertulliano, il primo Padre della Chiesa, designerà col termine ‘puteus’ quell’abisso infernale e ghiottone, quel ventre sempre inappagato, quella caverna brulicante di mostri, quella grotta, quell’antro boccale e anale allo stesso tempo.

L’“antro boccale” forse somiglia all’Orco del Bosco di Bomarzo, presente in una foto del 1949 di Herbert List, che non è poi così distante dall’animale mostruoso che inghiotte le anime nel dipinto di Jacob Isaacszoon Van Swanenburg, o a quella specie di drago al quale Cristo apre la bocca, scendendo nel limbo, in una chiave di volta della chiesa di Saint Maurice de Vienne, che a Roma arriva traslata in un calco del 1913 di Charles Édouard Pouzadoux: dentro, s’agitano le anime che popolano le visioni allucinate di Pieter Huys, dell’Anonimo portoghese che ha dipinto un Inferno dove i dannati bollono dentro grosse marmitte, o di Monsù Desiderio che s’immagina una sorta di mondo sotterraneo dominato da Ade e da Proserpina, con antri profondi incorniciati però da architetture classiche, colmo di scheletri e anime che s’aggirano da tutte le parti.

Ammiriamo in questa sezione il capolavoro di Sandro Botticelli “cono rovesciato”. o “voragine infernale” datato tra 1480 e 1495, unico completato, di 100 disegni.

La Bibbia narra che la creazione dell’inferno è legata a una ribellione degli angeli, guidati da Lucifero, la sua caduta nel centro dell’emisfero australe ha creato il cono rovesciato.

I dannati sono collocati secondo la gravità delle proprie colpe.

Il secondo piano si apre con un gran teatro dei Pupi Siciliani, per prendere un po’ di respiro tra tanta sofferenza ma è una pausa fugace.

È Lucifero, portatore di luce, tentatore di Gesù, principe delle tenebre a spingerci nel peccato. Una visione contemporanea dell’inferno ci invade, è un male dei giorni nostri, megalopoli di miserabili loro malgrado spinti in un inferno di squallide baracche o in fangose trincee di guerra.

O alienati da ritmi disumani di lavoro in fumose e tossiche fabbriche, o ancora minatori in pozzi simili a gironi danteschi. Siamo noi nella nostra disumanità a creare il nostro inferno in terra.

I disegni di Goya ci riportano alle atrocità della guerra e Giacomo Balla ad un altro inferno chiamato manicomio e follia.

Il male fa parte della storia dell’umanità. Per chi ci crede, il primo uomo nato da una coppia umana è un tizio che ha assassinato suo fratello.

E, come c’informano i pannelli in sala, benché le immagini che si moltiplicano davanti ai nostri occhi siano del tutto autoesplicative, nella società moderna anche il male s’è aggiornato. Ha preso, intanto, la forma di carceri che somigliano a fabbriche e di fabbriche che somigliano a carceri: le intricate e oscure prigioni di Piranesi sfilano accanto alle tetre ciminiere di Pierre Paulus e alle enormi acciaierie di Anders Montan, fino ad arrivare agli oscuri meandri d’una grande città industriale che s’affaccia sul mare, quella di Georges-Antoine Rochegrosse, dove un uomo piange la morte della poesia mentre in lontananza corrono i treni sulle rotaie, l’aria si riempie dell’esalazioni dei fumaioli, baracche s’addensano ai margini della metropoli.

È l’inferno in terra del lavoro alienante che ha trasformato gli umani in schiavi. Sulla parete attigua l’inferno degli ultimi, degli emarginati, che corrispondono ai poveri pazienti degli ospedali psichiatrici dipinti da Signorini e disegnati da Paul Richer, sempre con un richiamo, nell’opera del contemporaneo spagnolo David Nebreda, al tema dell’immondo, che è forse il più sottile leitmotiv della mostra.

Sul lato opposto della sala, ecco invece l’inferno dei migranti, rappresentato da un’angosciante tela di Previati (Gli orrori della guerra: l’esodo, eseguita mentre infuriava la prima guerra mondiale), che in un quadro insolito per la sua produzione non esita a sbattere davanti al muso dell’osservatore una delle conseguenze più tristi e tragiche per chi è riuscito a scampare ai massacri.

Tutto il centro della grande aula del piano superiore è occupato dalle più cupe e fosche visioni della guerra, la “pazzia bestialissima”, secondo definizione di Leonardo da Vinci, che mai ha smesso di perseguitare l’umanità.

Si prova quasi un senso di soffocamento davanti ai cadaveri martoriati e agli scheletri abbandonati nelle trincee della prima guerra mondiale, nelle incisioni di Otto Dix messe tutte l’una a fianco dell’altra.

Si vorrebbe tentare la fuga quando ci si trova dinnanzi ai calchi dei soldati feriti in quello stesso conflitto, che sembrano quasi osservarci.

Su una parete della mostra appaiono lapidarie le parole di Italo Calvino in Città Invisibili: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio”.

La Mostra si conclude con la rappresentazione dell’inferno in terra, che è la degenerazione della modernità, attraverso i temi della fabbrica, della follia, della guerra e dell’universo globalizzato.

Il tema del Lager è l’espressione, il riflesso la conoscenza della più grande tragedia del nostro tempo. E la tragedia consiste in questo: come hanno potuto uomini educati per generazioni sulla letteratura umanistica arrivare ad Auschwitz, alla Kolyma. Salamov (1907-1982) fu per lunghi anni prigioniero dei lager sovietici ed è autore dei Racconti della Kolyma.

I manoscritti di Primo Levi “Se questo è un uomo” ci sconvolgono. Lo sterminio è l’epilogo più triste della nostra storia, strazianti scheletri in cammino senza dignità, senza nome.

Con l’angoscia di corpi senza vita, immersi in un incalcolabile dolore, un inferno creato dall’uomo per l’uomo, ci apprestiamo ad ammirare l’ultima sala.

Con le riprese effettuate dal telescopio Hubble Ultra Deep Field della Nasa, che scruta in profondità l’universo, vi è speranza.

Ed è con tutte queste straordinarie opere che, oltrepassato il culmine del Male, la mostra trova la sua conclusione con l’evocazione dell’idea di salvezza. E qui Dante torna protagonista con l’ultimo verso della Cantica: “e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Un bellissimo modo per concludere una mostra che ci ha portato nei luoghi più negativi della nostra anima. Come i dannati abbiamo “urlato “cercando la luce della salvezza.

Una sezione tutta dedicata al salvifico impulso, proprio del Cristianesimo e di ogni Umanesimo, a risollevare lo sguardo verso l’alto (l’universo, l’infinito, l’assoluto, Dio); un gesto di liberazione poetica e di salvezza dagli incubi claustrofobici dell’inferno, che indica la via per la riconquista di una nuova umanità.

Le parole di Dante appaiono, mai come ora, attuali e profetiche. Inferno come metafora di sofferenza e alienazione tra male e morte, guerra e sterminio. Ci conduce per mano in un percorso spirituale che culmina “guardando le stelle“.

Questo è, proprio per la sua potenza, il cantico che ha ispirato maggiormente gli artisti. Per noi visitatori un’occasione unica per ammirare tanti capolavori insieme.
Non resta dunque che compiere questo viaggio infernale insieme…

Dante è innanzitutto custode della nostra memoria e garanzia della nostra identità. Fu il primo a pensare l’Italia come lingua, come nazione e come stato, e quindi pensarsi italiani significa pensare come Dante. Ma oltre che custode e garante del passato, Dante è anche proiezione di futuro, nel senso che la sua opera, così carica di visionaria progettualità, indica ai posteri, cioè a noi, valori e finalità che oggi appaiono non semplicemente nobili e virtuosi per il tempo che fu suo, ma validi, e forse addirittura necessari, per alimentare fiducia nel futuro non solo degli italiani ma della umanità nel suo insieme.


Vittima dei conflitti che insanguinavano Firenze alla fine del ‘200 e costretto a un esilio che sarebbe durato tutta la vita, Dante immaginò la Commedia come una romanzesca corte di giustizia, cioè un tribunale, in cui l’innocenza e la colpevolezza degli esseri umani potessero essere sanzionate in modo definitivo e inappellabile.


L’aldilà che il testo descrive, nel suo insieme, è metafora di una giustizia che svolge sul piano delle finzione letteraria il compito che la politica non era più in grado di svolgere sul piano del reale.
Esso è quindi stato inizialmente pensato per risarcire l’umanità (e l’autore dell’opera) di una giustizia che all’umanità è stata sottratta dal mostro che ne ha sviato i cammino: l’avidità, cioè la passione del denaro, che ha trasformato le sue guide, politiche e religiose, in lupi famelici e corrotti.

Il mio libro dell’Inferno di Dante su cui ho studiato da ragazzo…adesso lo rileggo con la maturità di oggi. Emozione!


C’è una parte della Divina Commedia sconosciuta ai più nella quale Dante descrive con dovizia di particolari un girone dell’Inferno dedicato specificamente a chi in vita ha pubblicato su Facebook…


Possono vomitarci addosso che tanto noi (voi) li votiam lo stesso!


Mettete i vostri personaggetti preferiti nel cerchio, nel girone o nella bolgia che meritano

Dante è destra o sinistra?Peccato che anche Dio ha il proprio Inferno, che è questo amore eterno per gli uomini.” Gaber, ovvero un autore che ha respirato il suo tempo, che ha capito e sentito, creduto e disilluso.
L’indimenticabile Io se fossi Dio, capolavoro di provocazione e invettiva, dove c’è tutto quell’interesse, persino amore, per la realtà incensurata delle cose, unitamente alla consapevolezza che noi siamo sempre indietro e lei – la realtà – è più avanti, ma che se c’è qualcosa che ci rende veramente uomini e donne è proprio lo slancio imperituro nel colmare questo scarto, le nostre riflessioni e i nostri atti conoscitivi che diventano tentativi di interezza, e danno un significato più profondo alla nostra esistenza.


Servizi segreti deviati e mafia nelle istituzioni! Giorgio Gaber – Io Se Fossi Dio – Versione Alternativa 1991 (anche questa è da brividi).

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