Istanbul, la finestra sul Bosforo

2° giorno, mercoledì 15 maggio 2019: Istanbul (15.029.000 ab. – 100 m s.l.m. – 15°-26°)
Partenza alle ore 8:00 dall’albergo e visita dell’ippodromo bizantino, in cui si svolgevano le corse delle bighe.

A Sultanahmet, accanto alla Moschea Blu, si trovano i resti dell’antico ippodromo bizantino del quale sono rimasti i monumenti che ne decoravano il centro ovvero l’Obelisco di Teodosio e la Colonna Serpentina.

Era il luogo in cui venivano decise le sorti della vita politica dell’antica Bisanzio attraverso corse di bighe che vedevano opporsi le due principali fazioni politiche: quella dei Verdi (borghesi) e quella degli Azzurri (contadini e poveri).

Fortemente voluto da Costantino I l’ippodromo era dotato di gradinate in legno che poi nel decimo secolo vennero sostituire con gradinate in marmo. La parte finale dell’Ippodromo, denominato Fionda, era il luogo prescelto per le esecuzioni capitali.

Venezia si scontrò per secoli con i Bizantini, che tassavano o limitavano i suoi commerci finché, nel 1204, il doge veneziano riuscì a volgere gli eserciti dei Crociati contro Istanbul, che fu distrutta e saccheggiata. I famosi cavalli di bronzo di Piazza San Marco si trovavano un tempo sulla Piazza dell’Ippodromo.

Moschea Blu, famosa con le sue maioliche blu; e delle Tombe dei Sultani.

Le cupole a cascata e i sei minareti sottili della Moschea di Sultanahmet (Sultanahmet Camii in turco), meglio conosciuta come la “Moschea Blu”, dominano lo skyline di Istanbul. Nel XVII secolo, il sultano Ahmet I decise di costruire un luogo di culto islamico che nelle sue intenzioni doveva essere ancora più maestoso della Basilica di Santa Sofia. Le due grandi realizzazioni architettoniche oggi si trovano una di fronte all’altra nella piazza principale di Istanbul, nei pressi dell’antico ippodromo bizantino.

Il sultano Ahmet aveva solo 19 anni quando commissionò all’architetto Mehmet Ağa i lavori per la realizzazione della moschea, lavori che iniziarono nel 1609 e durarono sette anni. Il desiderio del Sultano era che la Moschea fosse “molto chiara, ed all’interno blu come l’azzurro del cielo”. Ahmet morì appena un anno dopo il completamento del suo capolavoro, all’età di 27 anni. È sepolto nel mausoleo al di fuori della moschea con la moglie e tre figli.

Il complesso della moschea originale comprendeva una madrasa, un ospedale, un han, una scuola elementare, un mercato, una imaret e la tomba del fondatore. La maggior parte di questi edifici sono stati demoliti nel XIX secolo.

Una delle caratteristiche più notevoli della Moschea Blu è visibile da molto lontano: i suoi sei minareti. Si tratta dı una caratteristica singolare, in quanto la maggior parte delle moschee ne hanno quattro, due, o anche solo uno. Qualunque sia l’origine, i sei minareti suscitarono molto scandalo nel mondo musulmano poiché solo la moschea di Masjid al-Harām alla Mecca (la più sacra al mondo) ne aveva altrettanti. Alla fine, il sultano risolse il problema con l’invio del suo architetto alla Mecca per aggiungere un settimo minareto.

L’altra caratteristica sorprendente degli esterni è la cascata di cupole che sembrano rovesciarsi giù dalla grande cupola centrale. I portici di funzionamento sotto ogni cupola aggiungono ulteriore ritmo visivo. Nessun elemento esterno è blu, il nome “Moschea Blu” deriva dalle maioliche blu all’interno, che tappezzano l’altissimo soffitto illuminato da 260 finestre.

Fu la prima moschea imperiale costruita ad Istanbul dopo la moschea di Solimano, eretta quarant’anni prima. Mentre i suoi predecessori innalzarono moschee con il proprio patrimonio personale, Ahmet I utilizzò denaro pubblico, dal momento che non aveva ottenuto consistenti vittorie militari, provocando il dissenso degli ulema. L’organizzazione della costruzione fu meticolosamente descritta in otto volumi ora conservati nella biblioteca del Topkapı.

Chiesa di Santa Sofia, capolavoro dell’architettura bizantina, voluta da Giustiniano per affermare la grandezza dell’impero romano; è difficile non rimanere ammaliati davanti alla Basilica di Santa Sofia (Aya Sofia in turco, Hagia Sophia in greco), il gioiello dell’architettura bizantina, dedicata alla Divina Sapienza, che porta splendidamente i suoi quasi 1500 anni d’età.

I lavori iniziarono nel 532, sulle ceneri di quella che fu la basilica voluta da Teodosio II, incendiata durante la rivolta di Nika.

Santa Sofia è stata inaugurata dopo meno di sei anni di costruzione il 26 dicembre 537 dall’imperatore Giustiniano, furono necessari 10 mila operai e cumuli d’oro per completare l’opera.

Per rivestire le pareti e le colonne, Giustiniano aveva fatto giungere, dalle province dell’impero, una grande varietà di marmi: il marmo bianco da Marmara, il marmo verde dall’isola di Eubea, il marmo rosa dalle cave di Synnada e il marmo giallo dall’Africa.

Inoltre alcune colonne e diversi ornamenti vennero recuperati dai templi di Diana a Efeso, Atene, Delfi, Delo e Osiride in Egitto.

Il lavoro fu affidato a due architetti greci venuti dall’Anatolia: Isidoro di Mileto, all’epoca a capo dell’Accademia platonica di Atene, e il matematico e fisico Antemio di Tralle. I princìpi di costruzione su cui i due basarono gli studi di preparazione all’opera erano ispirati al Pantheon romano e all’arte paleocristiana.

La navata centrale è di 70 metri per lato, mentre la cupola centrale, traforata da 40 finestre ad arco e sostenuta da quattro pennacchi, con i suoi 30 metri di diametro e i 56 metri di altezza risulta una delle più ampie del mondo. Il peso della cupola si scarica, attraverso i pennacchi, su quattro massicci pilastri posti agli angoli. Sulla circonferenza, le 40 finestre formano una corona di luce che sembra galleggiare sopra la sala di preghiera.

Molte città esigono un piccolo rituale, un’azione che il visitatore, è invitato a fare per “avere fortuna”, per “realizzare un desiderio”, per avere l’opportunità di “tornare in quel luogo”. Questi piccoli rituali richiedono quasi sempre che la persona tocchi un certo oggetto, di solito una pietra, affinché si ottenga l’effetto richiesto. Lungi dall’essere soltanto una superstizione o il frutto del folklore locale, questi gesti racchiudono in realtà un profondo significato simbolico. Chiunque abbia sentito parlare delle cosiddette “pietre della fertilità” (cioè le pietre sulle quali le donne, strofinando i propri genitali, si propiziavano la fertilità) oppure delle “pietre di guarigione” (cioè quelle rocce toccando le quali si ottiene la sparizione di reumatismi ed altre affezioni dolorose) può facilmente intuire la portata di tali piccoli gesti rituali e scaramantici.

All’interno della basilica-moschea-museo di Santa Sofia, nella prima navata di sinistra, c’è una colonna di marmo rosso detta la “Colonna dei desideri” (Dilek Tasi) o “Colonna piangente” di Gregorio il Taumaturgo che rappresenta un punto focale di questo tipo. La superficie di uno dei pilastri che sorreggono la volta presenta un foro circolare che si trova al centro di una depressione più larga. La tradizione vuole che se si infila il pollice nel foro e si fa ruotare la mano attorno ad esso, come fosse un perno, di un giro completo in senso antiorario, esprimendo un desiderio esso si avvererà. Altre tradizioni popolari attribuiscono alla colonna il potere di curare le emicranie e anche quello di favorire la procreazione. Il buco sulla colonna somiglia fortemente ad un ombelico e non vi sono dubbi che esso segni la posizione di quello che, nell’intera struttura, è il punto nodale delle energie telluriche, il cosiddetto “Omphalos” del luogo (una parola che, in greco, significa proprio “ombelico”). Da notare che un foro simile, con le stesse caratteristiche, si trova anche nella Basilica Cisterna sotterranea, non molto distante dalla stessa Basilica di Santa Sofia.

Santa Sofia fu trasformata in moschea, per volere di Mehmet II, durante la presa della città da parte degli Ottomani nel 1453. I conquistatori coprirono i mosaici con una mano di calce, costruirono minareti e fontane, ma rimasero comunque ammaliati dalla maestosità dell’edificio, tanto che servì come fonte di ispirazione per le moschee che costruirono in seguito.

Ben visibili all’interno sono i quattro grandi pannelli circolari in pelle di cammello appesi nell’Ottocento, opera del calligrafo Kazasker İzzed Effendi, che in lettere d’oro riportano i nomi dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali) e che si aggiungono ai medaglioni dedicati ad Allah, al profeta Maometto, e ai due nipoti di Maometto: Hassan e Hussein.

Nel 1935 Mustafa Kemal Atatürk, trasformò l’edificio in un museo. I tappeti vennero tolti e le decorazioni del pavimento di marmo riapparvero per la prima volta dopo secoli mentre l’intonaco bianco che copriva molti dei mosaici fu rimosso. Tuttavia, le condizioni della struttura erano deteriorate.

Oggi, l’uso di Santa Sofia come luogo di culto (moschea o chiesa) è proibito, ma rimane uno dei luoghi più suggestivi da visitare per tutti i turisti che vengono per la prima volta a Istanbul e decidono di visitare l’area di Sultanahmet.

Proprio alle spalle di Santa Sofia c’é Soğukçeşme Sokak, una piccola via con case ottomane in legno, a due o tre piani. Le case risalgono al XIX secolo, e sono state restaurate grazie all’iniziativa di Çelik Gülersoy nel 1985-1986. Nove di queste case sono diventate graziosi hotel, gestiti dal Touring Club.

Gran Bazar, il più grande mercato coperto del mondo, caratterizzato dal tetto a cupole formato da un dedalo di vicoli e strade.

Il Grande Bazar a Istanbul è uno dei mercati coperti più grandi e antichi del mondo, con 61 strade coperte e oltre 4.000 negozi che attirano ogni giorno tra 250.000 e 400.000 visitatori.

Nel 2014 è stato classificato al numero uno tra le attrazioni turistiche più visitate al mondo con 91.250.000 visitatori annuali.

Qui il commercio non è un semplice lavoro, ma un vero e proprio rito scandito dalle regole della contrattazione alle quali anche i turisti devono adeguarsi.

Vero e proprio dedalo, custodisce antichi caravanserragli (gli han), oltre a caffè, laboratori e innumerevoli stand colmi di spezie, stoffe e gioielli. Muhlís Günbatti è forse il negozio più famoso del Gran Bazar ed è specializzato in tessuti ricamati (suzani) provenienti dall’Uzbekistan, oltre a copriletti, tovaglie, arazzi e oggetti ricamati in seta. Kurukahveci Mehmet Efendi Mahdumlari invece, è il tempio del caffè turco.

Qui, oltre ad acquistare il caffè è possibile anche scegliere tra tanti servizi di tazze e piattini firmati. Mor Taki è il riferimento degli amanti di gioielli che qui possono trovare creazioni elaborate e stravaganti caratterizzate da abbinamenti inediti come quelli tra il bronzo e la pietra.

Abbiamo pranzato, in un ristorante nella zona del Gran Bazar, con dei piatti tipici turchi: dell’ottimo hummus con crostini di pane, della zuppa di lenticchie al limone, spiedini di agnello ed infine i “baklava”, piccoli e delicati dolci composti da tantissimi strati di yufka, una pasta sottilissima e quasi trasparente, intramezzati da copiosi strati di pistacchi e miele.

Nel pomeriggio abbiamo continuato la visita di Sultanahmet andando a vedere il Palazzo di Topkapi, sontuosa dimora dei Sultani per quasi quattro secoli, la cui architettura con le magnifiche decorazioni e gli arredi rendono testimonianza della potenza e maestosità dell’impero ottomano.

C’era una volta il palazzo Topkapi descritto sapientemente da Eric Ambler in Topkapi. La luce del giorno, romanzo trasportato sul grande schermo nel 1964 dal regista Jules Dassin, in cui una banda di ladri (interpretati da Peter Ustinov, Maximilian Schell, Akim Tamiroff e Melina Mercouri) riesce a rubare il prezioso pugnale custodito in un’ area del museo. Sequenze mozzafiato, immagini d’epoca di una Istanbul e di una Sultanahmet molto diverse da come siamo abituati a vederle oggi.

Anche allora c’erano i turisti, ma le processioni davanti all’entrata delle varie “attrazioni” non erano chilometriche e la stessa megalopoli manteneva un aspetto più umano e meno globalizzato.

Topkapı, che in lingua turca significa “Porta del Cannone”, era la residenza dei sultani ottomani. Venne concluso nel 1478, venticinque anni dopo la presa di Costantinopoli da parte delle armate del sultano ottomano Mehmet II. Costruito sul Promontorio del Serraglio (Sarāyburnu), ubicato tra il Corno d’Oro e il mar di Marmara, negli anni crebbe fino ad inglobare il sito dell’antico Palazzo imperiale bizantino che aveva una superficie minore rispetto alla nuova costruzione ottomana. La costruzione tutt’oggi è protetta da due cinte murarie.

Nell’epoca ottomana l’accesso era garantito da varie porte, affidate ad appositi corpi armati di guardia. Una di esse si affacciava nel punto in cui il Corno d’Oro si apre sul Mar di Marmara. Altre porte erano: la Porta della Pace (Bāb ŭl-Selām), la Porta di Mezzo (Orta Kapı), la Porta della Maestà (Bāb-ı Hŭmāyūn), la Porta delle Vetture (Araba Kapısı) e la Porta della Felicità (Bāb ŭl-Sa‘ādet). A partire dal XVIII secolo, la Porta del Cannone identificò tutto il Palazzo del Sultano ottomano (Topkapı Sarāyı).

All’interno del Serraglio abitarono ventisei dei trentasei sultani dell’Impero Ottomano, un insieme eterogeneo di chioschi, harem, corridoi, belvedere, ampi cortili abbelliti da giardini rigogliosi e fontane. Con la sua forma tentacolare è una sorta di campo nomade pietrificato, che ricorda e ricalca le usanze e i costumi di un popolo in continuo movimento.

Nel 1924 Topkapi venne trasformato in Museo, oggi i visitatori possono visitare solo una piccola parte di quella che poteva considerarsi a tutti gli effetti la cittadella imperiale.

Le sezioni più importanti di Palazzo Topkapı:
• La Corte dei Giannizzeri e la fontana nella quale si dice che i giannizzeri pulissero le spade dal sangue delle esecuzioni;
• La Corte delle Cerimonie, dove si tenevano le assemblee sugli affari di stato, le adunate del popolo che manifestava il proprio scontento al sultano e il pagamento dello stipendio ai giannizzeri;
• La sala del Divan, in cui il Gran Visir riuniva il Consiglio dei Ministri;
• Il maestoso Harem composto da trecento stanze, otto bagni, quattro cucine, due moschee, sei cantine, una piscina e un’infermeria. In cui alloggiavano circa mille donne, tra cui la regina madre, le favorite del sultano, domestiche, nutrici, sarte, musiciste, danzatrici e schiave, sorvegliate dalla figura degli eunuchi, gli unici uomini oltre al sovrano ammessi in questa parte del palazzo;
• Le immense cucine in cui lavoravano mille persone; la sala d’udienza Arz Odasi;
• La Biblioteca di Ahmet III che custodiva seimila volumi;
• Il padiglione delle reliquie dei santi, con i cimeli più preziosi del mondo islamico tra cui alcuni oggetti appartenuti a Maometto;
• La Sala delle miniature e dei ritratti;
• Il Tesoro, dove sono custoditi tutti gli oggetti preziosi appartenuti ai sovrani; il Giardino dei Tulipani;
• Il Bağdat Köşkü, un edificio ottagonale circondato da ventidue colonne e interamente rivestito di piastrelle blu di Iznik.

Le sale più frequentate e interessanti sono quelle che si trovano sulla destra del secondo e del terzo cortile. Le prime sono quelle che un tempo costituivano le cucine del Palazzo, ed ora oltre agli enormi utensili da cucina ospitano una collezione di porcellane cinesi tra le più belle del Mondo. La seconda è la sala del Tesoro, che annovera gioielli unici al mondo: coppe e vasi ornati di oro e perle, troni d’ebano ornati da smeraldi, rubini e madreperla, il famoso pugnale Hançer con fodero d’oro ricoperto di diamanti, ed il celebre diamante a goccia spoonmaker, uno dei più preziosi al mondo.

Terminata la visita rientriamo in albergo e, dopo una doccia e un po’ di riposo usciamo di nuovo per le vie di questa magnifica città. Ceniamo in uno dei tantissimi locali presenti nella zona di Taksim con dell’ottimo kebap e bevendo la birra turca Efes Pilsener.

I soliti due passi su Istiklal Caddesi e si fa ritorno in albergo ma non per andare subito a dormire. Infatti in tarda serata ho avuto la fortuna di assistere al trionfo Lazio, che vince la sua settima Coppa Italia. Piegata l’Atalanta nella finale all’Olimpico con reti di Milinkovic-Savic e Correa.

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