Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia

Dopo la visita alla necropoli, è giusto concludere il bell’incontro con gli Etruschi della Tuscia, visitando anche il Museo Archeologico Nazionale Tarquiniense.

Il Museo archeologico nazionale di Tarquinia è un ente museale specializzato del Lazio settentrionale, dedicato principalmente all’arte e alla civiltà etrusca. È ospitato all’interno del Palazzo Vitelleschi, costruito tra il 1436 e il 1439, in Piazza Cavour, nel centro storico della città medievale.

Le collezioni comprendono, oltre a ben documentati reperti romani ed etruschi, ricostruzioni di tombe, ripristino degli affreschi originali di tombe trasferiti dalla necropoli dei Monterozzi.

La visita si sviluppa su tre livelli. Al livello terra è presente una ricca collezione di sarcofagi etruschi.

Al primo piano si può ammirare una collezione di vasi etruschi tra cui i più importanti sono:
– la kylix di Oltos
– il vaso di Charinos
– l’anfora di Phintias
– il cratere del pittore di Berlino

Il reperto più conosciuto, erto a simbolo del Museo, è sicuramente l’altorilievo dei “Cavalli Alati”, che in origine decorava il frontone dell’ara della Regina.

Al secondo piano sono visitabili ben quattro tombe affrescate in modo magnifico, trasferite negli anni ‘50 in modo integrale dalla necropoli di Monterozzi:
– la tomba del triclinio
– la tomba delle bighe
– la tomba delle Olimpiadi
– la tomba della nave

Molto belli anche lo studiolo del Cardinale Vitelleschi e la Cappella Palatina che presentano affreschi e dipinti del XIV sec.

L’Eros al tempo degli Etruschi

Il tema della sessualità, si sa, è sempre stato tra i più gettonati, specie se in riferimento a una civiltà antica di 2500 anni; perciò ci interessano le sepolture sopracitate. Esse offrono, infatti, un’esplicita e a tratti funambolesca trattazione del soggetto erotico in tutte (o quasi) le sue declinazioni: omosessuale, eterosessuale, orgiastico, mitico, sadico…

Gli etruschi erano ossessionati dall’idea di morire e, quindi, avevano elaborato un sistema di credenze molto articolato che prevedeva un periodo di sopravvivenza biologica dopo la morte.

Le tombe sono come le case: il morto veniva accompagnato da tutti i suoi oggetti, quelli che lo avevano accompagnato nell’uso quotidiano, per continuare a servirsene anche nell’aldilà.

Tuttavia, la società etrusca riusciva a sublimare la paura della morte celebrando la vita nella sua quotidianità con lusso e godimento. Almeno così potevano gli aristocratici, la classe agiata, perché è solo di questa che i reperti archeologici testimoniano stile, abitudini e consumi. Che la vita degli individui meno agiati fosse necessariamente austera lo si può immaginare e dedurre, ma quella dei ricchi era certamente intrisa di amore e godimento della vita.

La sessualità è presente in modo naturale nella loro vita ed è molto rimarcata nei testi classici greci e latini che quando parlano di questi aristocratici etruschi ne mettono in risalto la depravazione ma, con molta probabilità, erano della caricature. Gli etruschi avevano un rapporto molto naturale con quello che è il benessere materiale e spirituale. La loro vita quotidiana si concentrava sulla cosiddetta commedia sociale: si incontravano tra pari, consumavo bevande e cibi, ed i loro costumi non erano certo immorali come potremmo giudicare noi oggi secondo i nostri canoni di moralità sociale.

Merita un cenno la condizione sociale della donna che, a differenza del mondo latino e greco, godeva di una maggiore considerazione e libertà.
Per i Latini la donna doveva essere lanifica et domiseda, cioè doveva passare la vita seduta in casa a filare la lana e su di lei, nelle età più antiche, il pater familias (il capofamiglia) aveva il diritto di vita e di morte.
Per i Greci le donne dovevano vivere sottomesse al marito e passare la maggior parte della loro vita chiuse in casa.

La donna etrusca invece, era istruita, poteva vestire in modo spregiudicato.
A differenza di quanto è avvenuto per altre civiltà o popolazioni antiche, l’eros degli etruschi risulta a tutt’oggi pressoché inesplorato.

Esiste in effetti una vasta bibliografia sull’eros in Grecia, a Roma o a Pompei (tanto per restare nel nostro ambito storico-culturale), ma quasi niente per quanto riguarda gli etruschi.

Occorre rilevare la scarsità delle fonti: quelle di prima mano, vale a dire di diretta provenienza etrusca, sono infatti pressoché esclusivamente di tipo iconografico o plastico (affreschi nelle necropoli, raffigurazioni sulle ceramiche, rilievi dei sarcofagi, reperti vari) e ci forniscono un quadro necessariamente parziale e disorganico dei costumi sessuali degli etruschi. Le fonti di altra provenienza, essenzialmente opere di scrittori greci e latini contenenti riferimenti sul tema, risultano non sempre pienamente attendibili, essendo spesso condizionate da orientamenti culturali pregiudizievoli.

Lo storico Teopompo, del IV sec. a.C., alla corte di Filippo il Macedone, è una delle fonti degli usi etruschi, tramandato dalle citazioni di Ateneo, erudito e grammatico greco a Roma nel II -III secolo d.C; per i Greci la libertà delle donne era un insulto, e se aveva pari dignità dell’uomo era un abominio, per cui le notizie devono essere assunte con parecchia tara, un po’ come quando gli storici cristiani scrissero sui pagani.

Secondo Teopompo presso gli etruschi le donne erano “tenute in comune”, ma fa parte della denigrazione perché gli etruschi avevano in grande considerazione il matrimonio e non praticavano la poligamia. La donna etrusca godeva molta più libertà e diritti rispetto alle donne greche e romane: partecipava ai banchetti distesa a fianco del marito, con grande scandalo dei greci, che ai banchetti non ammettevano donne, se non le etere, le prostitute di lusso.
Sempre secondo Teopompo, le donne etrusche avevano molta cura del loro corpo, e così era, di una donna elegante si diceva a Roma che “vestiva all’etrusca”. Le etrusche amavano i gioielli, le vesti raffinate, le acconciature importanti e il trucco vistoso. Ma lo storico sostiene pure che stessero nude anche in mezzo agli uomini, che sedessero accanto ad altri uomini e che bevessero come i maschi.

Le Etrusche sono sempre ritratte con vesti sontuose, tranne le danzatrici, che danzavano seminude, con veli e sciarpe. Per la scelta del partner nel banchetto, dagli affreschi non risulta questa promiscuità, a parte il vino che le etrusche bevevano effettivamente come gli uomini. Secondo Teopompo, inoltre le etrusche sfornavano figli e li allevavano senza sapere chi fosse il padre . Gli affreschi delle necropoli mostrano uomini e donne, raffigurati in pratiche sessuali, ma sempre persone adulte e mature. I bambini e i ragazzi, spesso nudi, costume usuale a quell’età, sono rappresentati in atteggiamenti sempre consoni all’età, nessuno osava toccarli. Teopompo poi si scandalizza per l’esibizionismo sessuale in pubblico, con tanto di sesso di gruppo, scambio di coppie e sodomia, ma questo lo disse anche la Chiesa a proposito dei Romani, e ingiustamente. A Roma si chiamava “vizio greco” la pratica di sedurre fanciulli di ceto inferiore per farne oggetto di piacere.

Presso gli etruschi c’era libertà sessuale, delle donne e della omosessualità, ma non c’è traccia del “vizio greco” di molestare fanciulli.
Greci e Romani disapprovavano l’omosessualità che in Etruria compariva naturalmente nelle raffigurazioni, ma non disdegnavano la pedofilia. Timeo, Platone e Plauto, insieme a tanti altri giudicano indegne le donne etrusche che vivevano libere mentre i saggi greci le rinchiudevano nel gineceo trattandole come schiave.
Sappiamo da fonti storiche ed archeologiche, che in Etruria si praticava la prostituzione sacra, la ierodulia, come da ogni parte del mondo nel matriarcato. Presso il tempio di Pyrgi le ierodule offrivano piacere ai pellegrini in cambio di moneta per il tempio. Il sesso non era peccato, ed era perfino sacro.

Poche raffigurazioni, come nel “Sarcofago degli sposi”, dalla Banditaccia di Cerveteri, mostra tanta calma affettuosità tra due partner, sdraiati nello stesso triclinio, dove il marito tiene affettuosamente una mano sulla spalla della moglie. Dello stesso tono e stessa posa l’urna cineraria degli sposi nel Museo di Ceri.

Il Sesso: le fonti iconografiche
La tomba dei Tori
E veniamo alle tombe, le nostre uniche fonti iconografiche, insieme a pochi altri reperti; come si diceva.
Nella necropoli di Monterozzi due sono le tombe, tra quelle conosciute, che presentano raffigurazioni di carattere esplicitamente erotico: la tomba dei Tori e la tomba della Fustigazione. La prima è uno dei monumenti più noti di tutta l’Etruria: non vi è libro, pubblicazione o guida sugli etruschi che non ne parli diffusamente, riproducendone altresì i famosi affreschi. La seconda è invece pressoché sconosciuta al grosso pubblico e le sue raffigurazioni, nonostante il soggetto sia tale da solleticare le più ardite fantasie, sono estremamente rare nella pubblicistica: al punto che le immagini che corredano questo articolo, alcune delle quali del tutto inedite, sono tra le pochissime disponibili in tutta la rete.

Diciamo subito che la fama di cui gode la Tomba dei Tori è pienamente meritata: è infatti una delle tombe più antiche (è databile intorno alla metà del VI secolo a.C.) e una di quelle meglio conservate. Non solo, è anche l’unica tomba arcaica nella quale sia raffigurato un episodio tratto della mitologia greca, vale a dire l’agguato di Achille a Troilo; e ciò la dice lunga sulla capacità di penetrazione culturale dei greci nel tessuto connettivo dell’Etruria, pur nel suo momento di massimo splendore. La sua scoperta risale al 1892, è quindi uno degli ultimi rinvenimenti “storici”, prima delle campagne di scavi condotte con criteri scientifici a partire dalla seconda metà del novecento.

Il suo straordinario fascino deriva anche dal mistero che la circonda: nessuno è ancora riuscito a dare una spiegazione soddisfacente di quanto è rappresentato nei suoi cicli pittorici. Fioriscono le interpretazioni: talvolta fantasiose, altre volte plausibili, nessuna convincente. Anche noi proveremo a dare la nostra, ma è chiaro che non ci metteremmo la mano sul fuoco.

La tomba si compone di un’ampia camera principale, che funge da atrio, sulla cui parete di fondo si aprono le porte di accesso a due camere laterali. Tutti gli ambienti sono muniti di banchine alle pareti. Nello spazio, a guisa di pannello, compreso tra le porte delle camere laterali è affrescato l’episodio mitologico ricordato, delimitato, come un quadro nella sua cornice, in alto da una fascia policroma e ai lati dai montanti colorati delle porte.
Il racconto pittorico rievoca un fatto di sangue che ci riporta ai tempi dell’assedio greco alla città di Troia. Troilo, il più giovane dei figli del re troiano Priamo, in groppa al suo cavallo si sta dirigendo verso una fonte situata nei pressi del santuario di Apollo Timbreo. Il giovane, completamente nudo, indossa calzari etruschi e una sorta di curioso copricapo a coda svolazzante. La mano destra tiene strette le redini, la sinistra sostiene una lunga lancia.

Etruscan art: Achilles’s ambush of Troilus – detail Tarquinia Tomb of the Bulls *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Il cavallo, slanciato e dai tratti eleganti, con alta criniera e lunghissima coda, incede placidamente al passo. Tutto, nel paesaggio, denota pace e tranquillità: la palma posta al centro della raffigurazione, l’acqua che dalla bocca di un leone accovacciato scorre quietamente in una conca… Ma ecco che la scena si anima repentinamente a sinistra: dietro la fonte, nascosto tra la vegetazione, Achille è colto nel momento in cui sta per sferrare il suo attacco. Ha il corpo seminudo (coperto solo da una fascia intorno ai fianchi), ma è in assetto da guerra con schinieri, elmo e spada di fattura greca. Il suo piede sinistro è già sul gradino della fonte; il destro, arretrato, ne sostiene lo slancio facendo leva sulle dita. Il braccio destro è proteso in avanti, quasi a guidare l’assalto, il sinistro brandisce in alto la spada. Il destino del giovane è ormai segnato.


Colpisce, nella raffigurazione, il dinamismo della figura di Achille nell’atto di portare l’attacco proditorio contrapposto all’immagine calma e bucolica del giovane ignaro. Secondo la tradizione il giovane troiano cercò scampo alla furia del suo assalitore rifugiandosi nel tempio di Apollo, ma inutilmente: Achille lo raggiunse e con gesto sacrilego lo massacrò sull’altare. La bruta violenza di cui si macchiò l’eroe greco appare oltremodo esecrabile, se solo si pensa che quel santuario era una sorta di terra di nessuno dove entrambe le fazioni si recavano liberamente per sacrificare alla divinità.
Ma quale il motivo di tanta ferocia? Secondo la tradizione Achille si era invaghito del giovane principe, ma era stato sdegnosamente respinto: non potendo soddisfare i suoi istinti e offeso per il suo rifiuto decise di ucciderlo. Esistono in proposito altre versioni: Servio, ad esempio, racconta che Troilo morì per la furia degli amplessi di Achille. Tutte, comunque, concordano sullo strazio portato al corpo del giovane.
Questo contesto dai toni altamente drammatici stride non poco con le immagini gaie, allegre, si direbbe caricaturali, rappresentate nell’ampio fregio superiore della tomba, tra il frontone e la sommità delle porte. Si tratta dei due notissimi gruppi erotici ai quali la tomba deve la sua fama. Ciascun gruppo, insieme ad uno dei tori da cui la tomba prende il nome, è esattamente posizionato, forse con funzione apotropaica, sopra una delle due porte di accesso alle camere laterali. In mezzo vi è la scritta dedicatoria al proprietario della tomba Aranth Spurianas, forse un membro della famiglia degli Spurinna.

Partendo dal lato sinistro incontriamo un toro dalle lunghe corna a arcuate (uno di quelli tanto comuni nelle nostre campagne) placidamente seduto e rilassato. Il toro, la cui lunghissima coda è adagiata sul fregio, porta sul collo una sorta di mantellina rossa e volge ostentatamente il suo sguardo verso l’esterno, vale a dire verso chi si trovasse ad entrare nella camera, mostrandosi del tutto noncurante rispetto alla scena che si svolge alle sue spalle. Qui un gruppo di tre persone è impegnato in una complessa, si direbbe acrobatica, pratica erotica.

Si tratta di due uomini e una donna. Tutti sono completamente nudi. Il primo uomo, in piedi e in stato itifallico cioè con pene eretto, penetra una donna che è sdraiata di schiena sulla schiena di un altro uomo, posizionato carponi. La donna ha le gambe divaricate: la gamba sinistra poggia sulla spalla destra dell’uomo in piedi, la gamba destra è invece da questi scostata e trattenuta di lato con la mano sinistra, mentre con la mano destra cerca di sostenere il precario equilibrio.

Non si capisce bene la funzione dell’altro uomo, quello carponi: ci sembra riduttivo ritenere che stia lì a fare da sgabello! Si potrebbe allora pensare che è parte integrante di un raffinato gioco erotico: l’uomo in piedi, in sostanza, avrebbe di fronte a sé e in posizione, per così dire, “ergonomica”, due vie alternative per perseguire il proprio piacere, e mentre è alle prese con l’una si sprona all’idea e alla vista dell’altra. Ciò consentirebbe di legare agevolmente questa scena a quella successiva (ma rimane il problema del toro infuriato, come vedremo…) e più in generale all’intero ciclo pittorico della tomba, che andrebbe quindi complessivamente interpretato in chiave omoerotica.

Altri elementi tuttavia, come sopra accennato, sconsigliano questa ipotesi. Qualcuno ha allora pensato che la scena, come oggi la vediamo, sia incompleta; si è così ipotizzata la presenza di una quarta figura: una donna seduta per terra, con le gambe allungate sotto l’uomo carponi, e con gli organi genitali alla portata delle sue labbra. Insomma la posizione dell’uomo carponi sarebbe giustificata dal fatto che sta praticando un cunnilingus. Questa è anche la tesi del nostro Omero Bordo “ultimo etrusco” che così ha riprodotto la scena nella sua “Etruscopolis”.

Ma che fine ha fatto allora questa quarta figura? forse si è deteriorata, forse è stata cancellata, forse l’artista che ha affrescato la tomba non ha potuto ultimarla…

E veniamo al secondo gruppo, diviso dal primo da uno spazio in cui è riportata la citata scritta dedicatoria. Qui i soggetti sono due, in piedi, entrambi completamente nudi, entrambi uomini e impegnati in un chiaro rapporto sodomitico. Il primo uomo, dipinto con un colore più chiaro, è piegato in avanti e sembra sorreggersi ad un arbusto o virgulto che stringe con la mano sinistra. Il secondo uomo, in stato itifallico e dipinto di un color rosso scuro, lo penetra ex retro, attirandolo a sé con il braccio sinistro mentre con la mano destra gli spinge in avanti la testa.

La gustosa scenetta avviene sotto gli occhi di un toro, alquanto alterato, che sembra lì lì per caricare la coppia. E’ posto a sinistra dei due, in piedi e agita minacciosamente la coda: a testa bassa e con le corna puntate sembra proprio voler guastare la festa ai due ometti, come a volerli sciogliere da quell’abbraccio poco ortodosso!

Questa raffigurazione è stata interpretata da alcuni, contro ogni evidenza, come prova della grande diffusione che l’omosessualità avrebbe avuto nella società etrusca. Eppure è lampante che il toro è infuriato e il confronto con l’altro toro, quello che ignora impassibile il rapporto eterosessuale, non dovrebbe lasciar adito a dubbi. Confermiamo quanto già detto: la pratica dell’omosessualità, seppur presente, non è mai entrata veramente nel costume etrusco.
Qualcosa, tuttavia, potrebbe dar da pensare: il toro sarà pure in procinto di incornare, ma intanto risulta visibilmente eccitato alla vista dei due… Inoltre il primo ometto, quello che subisce l’atto, non sembra affatto preoccupato della piega che stanno prendendo le cose: guarda tranquillamente in direzione del toro, del tutto noncurante. E che dire dell’altro uomo, quello che nel rapporto ha un ruolo attivo? Non ci pare che avverta la presenza del toro come una minaccia: anzi, del tutto indifferente, si volge addirittura all’indietro, come chi tema di veder arrivare qualcuno da quella direzione.

Anche il toro presenta qualche particolarità: è di colore chiaro, come quello sdraiato a fianco del primo gruppo, ma la sua mantellina è a strisce ocra e blu e il suo viso ha fattezze decisamente antropomorfe, con tanto di barba finta. Che sia, come qualcuno ha ritenuto, il padrone della tomba che intende così manifestare il suo disappunto e la sua contrarietà per certe pratiche sessuali “d’importazione”?

A noi tuttavia colpisce un altro particolare che passa per lo più inosservato: l’omino che nel rapporto sodomitico ha un ruolo attivo ha la capigliatura chiusa in un copricapo identico a quello esibito da Troilo. Anzi a ben vedere l’omino e Troilo sono pressoché tali e quali.

Non sarà, per caso, che l’omino è Troilo? Se così fosse il ciclo pittorico avrebbe un senso unitario: non solo la contrapposizione dei sani costumi etruschi, rappresentati dal gruppo eterosessuale e dal toro che quietamente vi acconsente, a quelli corrotti dei greci; ma anche lo sfottò, il lazzo satirico, la presa in giro di storie, usi e costumi degli invadenti (culturalmente parlando) “vicini”! E’ noto, infatti, che secondo la tradizione Achille era “l’eràstes” (l’amante) e Troilo “l’eramène” (l’amato). Nell’affresco in questione, se la nostra supposizione avesse qualche fondamento, le parti, con poco riguardo nei confronti del mitico “piè veloce”, eroe greco per eccellenza, sarebbero invertite: come dire che Achille andò per suonare… Il ciclo pittorico potrebbe quindi essere inteso in senso giocoso-nazionalistico.

Vi è anche chi ha interpretato gli affreschi della tomba dei tori alla luce di antichissime credenze orientali pervenute in Etruria con l’intensificarsi degli scambi via mare: la donna nuda sdraiata di schiena e con le gambe sollevate nel primo gruppo sarebbe la rappresentazione di una pratica rituale costituente un efficace rimedio contro la grandine devastatrice dei raccolti; il rapporto sessuale “invertito” del secondo gruppo avrebbe a sua volta una funzione propiziatrice in talune attività agricole, essendo volto a favorire la pratica degli innesti nelle piante ed il buon esito delle relative coltivazioni…
Ma fermiamoci qui. Si tratta evidentemente di interpretazioni diverse, spesso contrastanti: ma forse è proprio in questa ambiguità, in questa ambivalenza che risiede il fascino tutt’oggi incontaminato di questo monumento.

Tomba della Fustigazione
Il sepolcro, ampio e con soffitto a doppio spiovente, fu scoperto nel 1960. La sintassi decorativa richiama quella della vicina tomba Cardarelli, attribuita allo stesso pittore: stessa decorazione del columen (rosoni e foglie d’edera), analoghi gruppi animalistici (felini che aggrediscono cervi) sui timpani delle pareti corte, pugili che si fronteggiano ai lati della porta d’ingresso. Anche qui, infine, dal grande fregio figurato dipinto sulle pareti traspira l’esaltazione delle virtù vitalistiche, intesa a sottolineare la distanza tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Al centro della parete di fondo e di quelle laterali è dipinta la finta porta simbolo del trapasso tra vita e morte; la fiancheggiano, sulla parete di fondo, un citarista e un danzatore con due grossi vasi per il vino allusivi al simposio. Sulla parete sinistra un danzatore e un flautista. Su quella destra due gruppi erotici, ciascuno con una donna e due comasti; nel gruppo a destra della falsa porta un comasta fustiga la fanciulla con un gesto che ha ispirato il nome del sepolcro. Risale alla fine del VI secolo a.C.

Anche in questa tomba sono raffigurati due gruppi erotici. Il più interessante, e meglio conservato, è quello dipinto nel primo riquadro della parete di destra. Si tratta di un soggetto che sarebbe molto piaciuto a De Sade e che anticipa di almeno duemila anni le tematiche del “divino marchese”.

Abbiamo tre persone completamente nude, due uomini e una donna. La donna è in piedi, in mezzo ai due uomini, piegata su se stessa e in posizione oltremodo lasciva: offre il suo posteriore all’uno e nel contempo pratica una fellatio all’altro. Il primo uomo, in piedi e in stato itifallico, la penetra ex retro accostandola a sé con la mano destra. La mano sinistra, invece, è sollevata in alto e impugna una verga o bacchetta, con la quale si appresta a colpire la donna (da qui il nome della tomba). L’altro uomo sembra anch’egli in procinto di colpire, ma con le nude mani, il deretano della donna: solleva infatti la mano destra sopra di lei mentre con la sinistra le trattiene la testa all’altezza del suo membro.

Il gruppo descritto, come si diceva, è alquanto deteriorato: tuttavia il busto, la testa, le braccia e le mani dei personaggi maschili, evidenziati dalla linea di contorno, risaltano con sufficiente nettezza; notevole è anche l’espressione compiaciuta che si legge sui loro volti. La donna invece è appena abbozzata: priva di qualsiasi connotato che possa fornirci una qualsiasi indicazione di carattere psicologico, è presentata semplicemente come una macchina per procurare piacere.

Va sottolineata l’estrema originalità del soggetto rappresentato: non se ne trova uno simile, per quanto a nostra conoscenza, in tutta la pittura antica. Questa è infatti l’unica scena a sfondo sadico tra persone consenzienti e con finalità erotiche che ci è mai capitato di incontrare.

Una curiosità: nelle figure affrescate sulla parete, notevolmente più grandi rispetto a quelle della tomba dei tori che occupavano semplicemente il fregio superiore, i punti per così dire “strategici”, quelli cioè in cui si consuma l’atto sessuale, sono palesemente offuscati (si direbbe “sporcati”) da grandi macchie nere. Due, a nostro avviso, le possibili ragioni: può darsi che un antico censore abbia voluto deliberatamente coprire quelle “vergogne” o, più probabilmente, le macchie sono state prodotte dai tanti visitatori che nel corso di molti lustri, con spirito goliardico o scaramantico, hanno toccato o sfiorato con le mani quei punti, tanto da comprometterne la leggibilità. Bisogna infatti ricordare che fino a non molti anni fa i visitatori, a piccoli gruppi e accompagnati da un custode, potevano entrare fin dentro le camere sepolcrali. E a quel punto la tentazione “di toccare con mano” poteva essere forte…
Come si diceva, troviamo nella tomba un secondo gruppo erotico, ormai pressoché “evaporato” e quasi inintelligibile. Si tratta ancora una volta di due uomini e una donna, nudi e in piedi. La donna è stretta in mezzo ai due uomini, in modo tale da essere posseduta contemporaneamente da entrambi. Le cattive condizioni di conservazione dell’affresco non ci consentono una lettura più esaustiva.

Quanto infine alla possibile interpretazione di questi cicli pittorici non ci sembra che possano prospettarsi particolari dubbi: gli affreschi vogliono semplicemente esprimere la gioia del sesso, la beatitudine del godimento erotico, l’esaltazione e il tripudio dei sensi. Il proprietario del sepolcro era evidentemente un gaudente, un libertino ante litteram che ha voluto portarsi nell’aldilà le cose che tanto lo appassionavano in vita.

La ceramica
Particolare fortuna nelle rappresentazioni della ceramica attica –specie nella ceramica a figure rosse- ebbe il tema erotico, con raffigurazioni che vanno dal corteggiamento, colto nel momento della conversazione amorosa, fino alla palese esplicitazione di rapporti sessuali.

Le due ciotole (o coppe) che pubblichiamo sono custodite nel museo di Tarquinia e sono state rinvenute nella necropoli di Monterozzi in una tomba del V secolo A.C. Si tratta quindi di reperti provenienti da una tomba etrusca risalente al periodo di maggior splendore di questa civiltà. Eppure queste coppe non sono etrusche: si tratta infatti inequivocabilmente di due ceramiche attiche a figure rosse di cui si conosce anche l’autore, vale a dire il Pittore di Trittolemo.

Questo tipo di reperti sono tutt’altro che rari nella necropoli tarquiniese e pur non avendo nulla di etrusco sono comunque indicativi di un gusto o di una “moda” comunque presenti in questa parte d’Etruria. E’ pure evidente che simili oggetti non venivano acquistati per un uso effettivo, ma per scopo decorativo (un po’ come i piatti pregiati che in casa conserviamo nelle nostre vetrine) e costituivano un apprezzato corredo funebre.

Il soggetto rappresentato è un classico di questo genere: un symplegma (intreccio) erotico tra un uomo e un’etera. La composizione è convenzionale, trattandosi di ceramiche di genere, e il disegno assai simile in entrambe. Se ne trovano anche con figurazioni di uomini ed efebi.

A prescindere dall’interesse che simili reperti possono suscitare, si tratta pur sempre di oggetti prodotti in Grecia e successivamente esportati in Etruria o comunque realizzati da artisti greci emigrati nelle nostre terre.

Tipicamente greci sono anche personaggi, storie e vicende che vi sono rappresentati. Greco è l’orizzonte culturale in cui si inseriscono.

Se vogliamo trovare un vaso con esplicite raffigurazioni erotiche che sia autenticamente etrusco dobbiamo risalire alla fine del VII secolo a.C. con il vaso di Tragliatella (dal nome della località vicino Fiumicino in cui fu ritrovato).

Questo vaso, attualmente custodito nel museo di Villa Giulia di Roma, è noto più che altro per la rappresentazione del suo celebre labirinto. Vi sono comunque raffigurati con disegno stilizzato e alquanto primitivo due accoppiamenti in un contesto storico-culturale non ben definito: è stato, tra l’altro, detto che i disegni del vaso rievocano l’originaria migrazione dei Tirreni in Etruria e gli accoppiamenti costituivano un modo con cui i migranti cercavano di non pensare all’estrema penuria di cibo.

Vogliamo infine rilevare che figurazioni con contenuto, in senso lato, erotico si trovano talvolta incise nella parte posteriore degli specchi. Si tratta tuttavia di raffigurazioni di genere concernenti perlopiù personaggi e vicende della mitologia greca, e quindi poco interessanti ai nostri fini. Così pure abbastanza comuni sono le riproduzioni in terracotta di organi genitali maschili e femminili con funzione votiva (proprio come le manine, i piedi, i cuoricini utilizzati quali ex-voto nei nostri santuari). Non avendo tuttavia questi oggetti finalità erotiche sono poco rilevanti per la ricerca.

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