Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia


Io e mia moglie Carla -nel bel mezzo della prima settimana di settembre- siamo andati alla scoperta della Necropoli dei Monterozzi, cimitero etrusco patrimonio dell’UNESCO, con tombe dipinte uniche al mondo, di pregevole fattura artistica ed architettonica, che ci raccontano molto del mondo dei morti (ed anche dei vivi) delle popolazioni che qui vivevano 3500 anni fa. Le tombe dipinte ci narrano della vita degli Etruschi e della loro concezione dell’oltretomba dove emerge la convinzione che la vita possa continuare anche dopo la morte.
Questo è il post con le sensazioni e le informazioni del viaggio, suddiviso per motivi tecnici in due parti.

Tarquinia, situata a nord del Lazio, tra Roma e Grosseto, in provincia di Viterbo, è un piccolo centro con una grande storia indissolubilmente legata alla civiltà etrusca poiché fu capitale di un vasto territorio tra Vulci, Volsini e Caere, la cui eredità artistica è conservata nel museo nazionale di Palazzo Vitelleschi.


Nella splendida necropoli di Monterozzi, inserita nel 2004 nella lista dei Patrimoni Unesco insieme alla necropoli della Banditaccia di Cerveteri, è possibile visitare le magnifiche tombe a tumulo scavate nella roccia. E’ interessante sapere che le pareti dipinte delle tombe fanno di Tarquinia la più grande pinacoteca mondiale sotterranea.

La collina dei Monterozzi, lunga circa 6 chilometri e sede della principale necropoli cittadina, si estende parallela alla costa tirrenica, tra questa e l’altura della Civita dove sorgeva la città etrusca.
L’estremità occidentale del colle è oggi occupata dall’abitato medioevale (Corneto) e moderno.

Dei due fianchi lunghi, quello sud-occidentale degrada dolcemente verso il mare, mentre quello rivolto verso la valle di San Savino e la Civita presenta alti dirupi interrotti da profonde spaccature attraverso cui passavano gli antichi percorsi viari di collegamento tra l’abitato e la necropoli.

Ciascuna di queste spaccature è oggi attraversata dalle arcate dell’acquedotto settecentesco che prendono in questi tratti i nomi di Primi Archi, Arcatelle e Secondi Archi.


Le tombe coprono praticamente tutto il colle; se ne conoscono più di seimila, per la maggior parte camere scavate nella roccia e sormontate da tumuli. Sono proprio questi ultimi, oggi ormai appena visibili sul terreno perché spianati dai lavori agricoli (ma solo un secolo fa se ne contavano più di 600), che hanno dato al colle il nome popolare ed espressivo.


La serie straordinaria di tombe dipinte -ne conosciamo circa 200- rappresenta il nucleo più prestigioso della necropoli che resta, per questo aspetto, la più importante del Mediterraneo, tanto da essere definita da Massimo Pallottino “il primo capitolo della storia della pittura italiana”.

L’uso di decorare con pitture i sepolcri delle famiglie aristocratiche è documentato anche in altri centri dell’Etruria, ma solo a Tarquinia il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo: esso è infatti attestato dal VII al II secolo a.C., cioè per quasi tutta la durata della vita della città.


Le camere funerarie, modellate sugli interni delle abitazioni, presentano le pareti decorate a fresco su un leggero strato di intonaco, con scene di carattere magico-religioso raffiguranti banchetti funebri, danzatori, suonatori di aulos, giocolieri, paesaggi, in cui è impresso un movimento animato e armonioso, ritratto con colori intensi e vivaci. Dopo il V secolo a.C. figure di demoni e divinità si affiancano agli episodi di commiato, nell’accentuarsi del mostruoso e del patetico.


Nel settore di necropoli attualmente aperto al pubblico è possibile ammirare alcuni degli ipogei dipinti più celebri, come le tombe delle Leonesse, dei Leopardi, della Caccia e Pesca etc.; la cui visita consente inoltre al visitatore di capire come dovesse in origine presentarsi la ”città dei morti”.


Parte dei dipinti, staccati da alcune tombe allo scopo di preservarli (tomba delle Bighe, del Triclinio, del Letto Funebre e della Nave), sono custoditi nel Museo nazionale etrusco di Tarquinia; altri sono visibili direttamente sulla parete su cui furono realizzati.


Sul Poggio del Cavalluccio, uno dei sepolcreti suburbani a nord della città, negli anni ’50 la Sovrintendenza ha scavato due tombe gentilizie di età ellenistica appartenenti alla nobile famiglia Camna: una di queste, che ha restituito numerosi sarcofagi ora esposti al museo, aveva una banchina addossata alla parete e affrescata con festoni e nastri. Sul vicino colle della Perazzeta è stato infine individuato, nel 1989, un ipogeo decorato con esili alberelli e corone floreali.

Tra i sepolcri più interessanti visitati si annoverano.

Tomba dei Giocolieri
Così denominato dal soggetto della decorazione dipinta, intesa a celebrare i giochi e le danze in onore del defunto, questo sepolcro, scavato nel 1961, consta di un unico vano con soffitto a doppio spiovente. Sulla parete di fondo, al di sotto del frontone decorato con una pantera ed un leone fiancheggianti la mensola che sostiene il trave centrale del soffitto, una giovane equilibrista, al suono di un flauto suonato da un auleta, tiene in bilico sulla testa un candelabro al cospetto di un anziano personaggio – forse il defunto – seduto su uno sgabello pieghevole. Accanto all’acrobata è un giovane in atto di prendere da due grandi ceste due oggetti circolari.


A sinistra un altro giovane nudo e due fanciulli disegnati con una semplice linea di contorno. Sulla parete destra quattro danzatrici si esibiscono al suono di una siringa impugnata da un suonatore posto al centro della scena. Sulla parete sinistra, al centro, un vecchio appoggiato ad un bastone nodoso avanza sorretto da un giovane schiavo e preceduto da un giovane in corsa che impugna un bastone ricurvo e da un altro schiavetto; chiude la scena, sulla destra, un uomo curvo in avanti in atto di defecare, contraddistinto dall’iscrizione aranth heracanasa, traducibile con Aranth (servo) di Heracanas e che, secondo alcuni studiosi, indicherebbe il nome del pittore. Sulla parete d’ingresso, a destra della porta, un curioso quadrupede.


Alla scuola di questo pittore operante nei decenni finali del VI sec. a.C., anch’esso probabilmente un greco orientale immigrato, più propriamente un “focese”, si deve la decorazione di numerose altre tombe: la tomba degli Auguri, delle Olimpiadi, delle Iscrizioni, ecc.

Tomba Cristofani
La tomba detta dei loculi è dedicata all’etruscologo Mauro Cristofani (1941-1997) studioso ed illustre cattedratico che offrì un contributo importante allo sviluppo degli studi etruscologi.


Scoperta nel 1961, la camera, con soffitto a doppio spiovente, è caratterizzata da tre grandi loculi scavati nelle pareti laterali e in quella di fondo e destinati ad accogliere i corpi dei defunti. Il columen del soffitto è decorato con fascioni imitanti travi lignee, fascioni che continuano anche sul columen della nicchia della parete di fondo. Il frontone di questa nicchia è dipinto con un motivo a palmette e volute.

Sulle pareti del sepolcro e all’interno dei loculi sono dipinti danzatori, danzatrici e musici in un paesaggio contraddistinto da alberelli rossi. Tra i danzatori si distingue, sulla parete di fondo, a destra della nicchia, un pirrichista con scudo e lancia (da pirrica = danza armata). Le pitture sono mal conservate. Fine V – inizi IV sec. a.C.
Nel loculo sulla parete destra fu praticato da scavatori clandestini un grande foro per consentire il passaggio all’adiacente tomba del Guerriero.

Tomba della Caccia e della Pesca
Rinvenuto nel 1873, il sepolcro si compone di due ambienti in asse, con soffitto a doppio spiovente.

Sul frontone della parete di fondo della prima camera è dipinta una scena con due cavalieri che tornano dalla caccia accompagnati dai servi con le prede. Sul frontone della parete di ingresso scena di banchetto.

Sulle pareti, sotto una serie di strette fasce colorate da cui pendono melograni e boccioli di loto, personaggi maschili, nudi o vestiti di corti perizomi, suonano e danzano in un paesaggio scandito da alberelli ai cui rami sono appese bende, corone, dove si svolge una danza orgiastica (Komos).

La seconda camera, la vera camera sepolcrale come attestano le impronte di un letto funebre sul pavimento e la nicchia scavata sulla parete di fondo per accogliere un cinerario, mostra sul timpano della parete di fondo la coppia di marito e moglie, senz’altro i proprietari della tomba, a banchetto e circondati da servitori ed ancelle.


Le pareti sono decorate da vivacissime scene di caccia e di pesca, ambientate in un paesaggio marino popolato di pesci e di uccelli acquatici: sulla parete di sinistra una barca con tre pescatori accanto ad un grande scoglio da cui si tuffa con slancio acrobatico un giovane nudo.

Al centro della parete di fondo c’è una barca con quattro uomini, quello a prua intento a pescare con la lenza, mentre a destra, su uno scoglio, un cacciatore è in atto di colpire un uccello con la fionda.

Sulla parete destra una terza barca con tre personaggi, il timoniere, il rematore ed un pescatore munito di arpione, ed ancora un cacciatore armato di fionda su uno scoglio.


Le pitture di questa celeberrima tomba, che riassumono gli ideali di vita aristocratica dei committenti, si distinguono per la speciale predilezione del gusto narrativo e per la particolare attenzione nel riprodurre un paesaggio in cui l’uomo sembra assumere lo stesso valore degli altri elementi naturali.

È lo stesso gusto mostrato da alcuni artigiani della Grecia orientale cui si deve una particolare classe ceramica nota col nome di “Piccoli Maestri ionici”: ad un pittore greco operante in questa tradizione va dunque attribuita la decorazione dell’ipogeo negli anni intorno al 520-510 a.C.

Tomba del Cacciatore
Scoperta nel 1962, risale ai primi decenni del V secolo a.C.

La decorazione simula l’interno di una tenda: un padiglione di caccia con la sua struttura di sostegno in legno ed un telo a scacchiera colorata come tetto.

Di tutti gli elementi che compongono la tenda la fascia figurata è indubbiamente la più interessante: alta appena 14 cm reca in successione una teoria di cavalieri, tori, leoni, cervi, cani, guerrieri, in concitato ed agile movimento.

La decorazione rispecchia lo stato aristocratico del defunto per l’esplicito riferimento alla caccia, attività prediletta dalla nobiltà cittadina.

Tomba Pallottino
Tomba con soffitto a spiovente risalente al IV secolo a.C.

Dedicata a Massimo Pallottino (1909-1996), indimenticabile maestro di generazioni di etruscologi.


Vi sono rappresentate scene di danzatori e suonatori ambientate in un boschetto di alberelli frondosi.
Scoperta nel 1962.

Tomba della Pulcella
Il sepolcro, scoperto nel 1865, deve il suo nome alla figura di una giovane ancella (Pulcella) dipinta sulla parete sinistra.

Preceduta da un lungo corridoio (dromos) in discesa che si affaccia sul ripido fianco settentrionale del colle in direzione della Civita, la tomba consiste in una piccola camera quadrangolare con tetto a doppio spiovente e ampio loculo sepolcrale ricavato nella parete di fondo.


Sul soffitto grossi fascioni colorati imitano le travi lignee del tetto. Sulla parete di fondo due suonatori (di flauto e di cetra) fiancheggiano il loculo tagliato e decorato ad imitazione di un edificio reale: inquadrato da due colonne “tuscaniche” esso è sormontato da un tetto con una maschera di Gorgone situata sulla testata del trave principale.

Sul fondo del loculo due genii alati stendono un velo sul corpo del defunto. Sulle pareti laterali del sepolcro scene di banchetto con quattro coppie di commensali sdraiate su altrettanti letti conviviali (klinai) riccamente addobbate e servite da giovani inservienti. Sulla parete di ingresso, con pitture molto svanite, a sinistra della porta si riconoscono una giovane donna con torcia e un fanciullo, mentre a destra si intravvedono i resti della tavola imbandita per il banchetto ed un alto sostegno con appese delle brocche.

Seconda metà del V secolo a.C. Di particolare interesse la presenza dei due genii alati dipinti sul fondo del loculo e della donna con torcia sulla parete di ingresso che denunciano l’affiorare di quella concezione ellenizzante dell’oltretomba esplicita nei più recenti sepolcri del IV secolo.


La tomba fu devastata nell’estate del 1963 da ignoti vandali che ne danneggiarono irreparabilmente la parete sinistra distruggendo il volto della “pulcella” e asportando le figure di una commensale e di un piccolo servitore. La testa di quest’ultimo, apparsa successivamente in un museo tedesco, è stata recentemente restituita all’Italia ed è ora esposta nel Museo Nazionale.

Tomba del Fiore di Loto
Questo tumulo, di recente scoperta (1962), risale all’incirca al VI secolo a.C. ed è costituito da una camera rettangolare con soffitto a doppio spiovente decorato a fiorellini.

Le pitture sono ben conservate, specie quelle della parete di fondo che mostrano, sui semi timpani del frontone, un leone ed una pantera l’uno di fronte all’altra ed entrambi rappresentati con colori molto appariscenti.

In mezzo un fiore di loto rovesciato. La parete d’ingresso mostra gli stessi soggetti in condizioni di conservazione decisamente peggiori.

Tomba delle Leonesse
Scoperta nel 1874, la tomba è costituita da una piccola camera con soffitto a doppio spiovente ed è concepita come un padiglione il cui soffitto, decorato da un motivo a scacchiera, è sostenuto da sei colonne tuscaniche.

Vi si accede attraverso un dromos a gradini. Nella parete di fondo è scavata una nicchia per il vaso destinato ad accogliere i residui combusti del corpo del defunto.


La decorazione delle pareti consiste, in basso, in un fregio continuo con uccelli in volo e delfini guizzanti al di sopra della increspata superficie marina, coronato da una teoria di palmette e fiori di loto.

Al di sopra immagini di vita aristocratica legate al simposio: sulle pareti laterali due coppie maschili banchettano sdraiate in terra su cuscini; sulla parete sinistra, ai piedi di uno dei banchettanti, c’è un piccolo servo con flauto su uno sgabello.


Sulla parete di fondo, al di sotto delle due leonesse (anche se sono dei leopardi) maculate rivolte una verso l’altra che danno il nome al sepolcro, sono raffigurati i danzatori ed i musicisti che allietano il simposio, ai lati di un grande cratere metallico destinato a contenere il vino.

Il cratere doveva mostrarsi, per chi entrava nella tomba, in suggestiva assialità con il sottostante vaso cinerario posto nella nicchia. Sotto quest’ultima un’ulteriore scena di banchetto in chiave miniaturistica.

La tomba, che può datarsi intorno al 520 a.C., fu dipinta da artisti immigrati dalla Grecia orientale.

Tomba Bartoccini
Scoperta nel 1959 e dedicata al Soprintendente dell’Etruria meridionale dell’epoca, questa tomba rappresenta meglio di ogni altra il concetto di tomba-casa che, assieme alla pianta piuttosto complessa, ne costituisce il motivo predominante.

Tutti i vani della tomba – una camera sepolcrale sulla quale si aprono tre celle – hanno il soffitto a doppio spiovente, la più riccamente decorata è la camera principale sulla quale si aprono le tre porte che immettono nelle celle secondarie, poste ad un livello più basso.

Le pitture comprendono sia il tetto a doppio spiovente con il relativo columen (travatura centrale) che le pareti ed è dominante il motivo a scacchi; sul frontone della parete di fondo è rappresentata una scena di banchetto mentre su quello della parete d’ingresso sono raffigurati due ippocampi dipinti di rosso.

E’ la più vasta tomba dipinta tarquiniense di età arcaica, con motivi di prevalente carattere decorativo, ad eccezione della scena di banchetto che è considerata la più antica documentazione simposiaca della pittura etrusca.

Datazione: VI secolo a.C.

Tomba dei Baccanti
Piccola camera sepolcrale con soffitto a doppio spiovente, scoperta nel 1874.

Il soffitto è dipinto con rosoni e foglie d’edera sul columen e con fiorellini a quattro petali sugli spioventi.

Nel triangolo frontonale della parete di fondo, ai lati della mensola di sostegno del columen, due gruppi di animali in lotta. Sul frontone della parete di ingresso tracce di due felini. Il fregio sulle pareti, incorniciato da fasce colorate, rappresenta una scena di danza orgiastica da alcuni collegata ai culti dionisiaci, da cui il nome della tomba, ambientata nel consueto boschetto.

I comasti, uomini e donne, danzano e suonano stringendo nelle mani le coppe per il vino. Dall’alto delle pareti pendono corone floreali. La coppia di danzatori dipinta sulla parete di fondo raffigura forse il proprietario della tomba e sua moglie.

Il sepolcro, databile ai decenni finali del VI secolo a.C., è stato probabilmente affrescato da artisti greco-orientali immigrati, cui si deve anche la decorazione delle tombe Cardarelli.

Tomba dei Leopardi
Rinvenuta nel 1875, consiste in una camera con soffitto a doppio spiovente, decorato a scacchiera con trave centrale a cerchi concentrici.

Sul frontone della parete di fondo, ai lati di un alberello, i due leopardi affrontati che danno il nome al sepolcro.

Sulle pareti un grande fregio raffigurante il banchetto funebre in onore dei defunti che si svolge all’aperto in un paesaggio caratterizzato da frondosi alberelli.

Tre coppie di banchettanti (due miste ed una maschile), distese su klinai e servite da due schiavi nudi, sono dipinte sulla parete di fondo.

Sulla parete sinistra quattro servitori, preceduti da musici e recanti il vasellame per le bevande, si dirigono verso i commensali. Sulla parete destra danzatori, musici ed un coppiere.


Ai lati della porta di ingresso un’anfora ed un cratere. Da notare le abbondanti tracce del disegno preparatorio eseguito a graffito, con numerosi ripensamenti.

La qualità delle pitture, nonostante la fama di questo sepolcro, è alquanto modesta, con personaggi dalla corporatura rigida e sproporzionata, mascherata tuttavia dalla vivacità dovuta alla ricca policromia.

470 a.C. circa.

Tomba Bettini
La tomba, originariamente indicata semplicemente col numero 5513, è dedicata allo storico dell’arte Claudio Bettini, che apportò un fondamentale contributo alla salvaguardia delle tombe dipinte.


La camera, con soffitto a doppio spiovente, si distingue per la presenza di una fossa scavata nel pavimento e decorata con un motivo ad onde rosse, destinata ad accogliere il corpo del defunto.

Il trave centrale del soffitto (columen) è dipinto con grossi rosoni e foglie di edera mentre sugli spioventi viene riprodotto il rosso dei travi lignei.

Sul timpano della parete di fondo due leoni si affrontano ai lati della mensola di sostegno del tetto.

Sulle pareti un grande fregio figurato con scene di banchetto e danze ambientate in un boschetto ricco di fauna: sulla parete di fondo due coppie maschili adagiate sui letti conviviali (klinai), accudite da tre ancelle e da un giovane coppiere nudo in piedi accanto alla tavola imbandita; sulle pareti laterali la danza orgiastica dei rituali dionisiaci.

Le pitture della parete di ingresso sono quasi totalmente svanite.

Tomba dei Demoni Azzurri
Attraverso un lungo e profondo corridoio che attraversa perpendicolarmente la strada provinciale si scende nella camera funeraria quadrangolare con tetto a doppio spiovente e trave centrale a rilievo individuata nel 1985. La decorazione dipinta si configura come un grande fregio figurato continuo su tutte le pareti.

Sulla parete sinistra è rappresentato il defunto nel suo estremo viaggio verso l’oltretomba: in piedi sulla sua biga tirata da una coppia di cavallini mirabilmente disegnati, avanza seguito da due danzatori e preceduto da un personaggio che impugna un ramo frondoso e da due musici. Davanti al corteo, un giovane coppiere nudo accanto ad una tavola imbandita introduce la scena di banchetto dipinta sulla parete di fondo. Quattro sono le coppie di convitati sdraiati sulle klinai, tutti di sesso maschile ad eccezione della coppia centrale, il proprietario del sepolcro e sua moglie, ritratti mentre si scambiano una carezza affettuosa.


Sulla parete destra una grandiosa scena ambientata nell’aldilà: la introduce da sinistra la suggestiva immagine di Caronte, non l’orrido demone etrusco raffigurato nei sepolcri di età più recente, ma il Caronte greco che traghetta le anime governando con un lungo remo la sua barchetta rossa sulle acque azzurre dell’Acheronte.

Appena approdati sulle sponde dell’Ade, due defunti, una donna ammantata e un giovinetto, avanzano nell’aldilà accolti da tre personaggi: una donna (una parente premorta?) preceduta da un demone delle carni azzurre e seguita da un giovane demone alato dall’incarnato bruno che la afferra alla vita.

Chiudono la scena, sulla destra, due ultime figure infernali: un demone blu dal volto grottesco e con serpenti barbati avvolti alle braccia, seduto su una roccia, ed un ultimo essere mostruoso, alato, dall’incarnato nerastro e dalla bocca sanguinolenta, che si avventa con le braccia protese e le mani fornite di artigli verso i nuovi arrivati. Le pitture della parete di ingresso (scene di caccia?) sono quasi totalmente svanite. La tomba, databile agli anni finali del V secolo a.C. o agli inizi di quello successivo, mostra la più antica scena relativa all’oltretomba della pittura funeraria tarquiniese, rivelatrice delle nuove dottrine sulla morte introdotte in Etruria dal mondo greco.

Tomba Moretti
Anno di rinvenimento: 1968. La tomba è dedicata a Mario Moretti (1912-2002), Soprintendente etruscologo dal 1961 al 1977, protagonista di quell’intensa stagione di ricerche che portò alla scoperta di tante nuove tombe dipinte a Tarquinia. A camera unica con soffitto a doppio spiovente.


Il timpano della parete di fondo presenta due leoni che si affrontano ai lati del sostegno della trave centrale.


Nella parete di fondo sono raffigurati un suonatore di flauto, una figura maschile con una kylix in mano ed una figura femminile riccamente abbigliata, da identificarsi verosimilmente con la defunta.
Sulle pareti laterali danzatori alternati con alberelli. Datazione: (500-490 a.C.).

Tomba Cardarelli
Scoperta nel 1959 e dedicata al celebre poeta tarquiniese Vincenzo Cardarelli, la tomba è costituita da una camera con tetto a doppio spiovente e trave centrale (columen) a rilievo dipinto con rosoni e foglie d’edera. Sui frontoncini delle pareti corte i consueti gruppi animalistici ai lati della mensola di sostegno del columen.

Il grande fregio figurato continuo sulle pareti è ambientato in un paesaggio contraddistinto da esili alberelli. Al centro della parete di fondo una grande porta, chiaro riferimento all’ingresso dell’Ade, ai lati della quale stanno due suonatori (di cetra e doppio flauto) con i piedi i vasi del banchetto: un cratere e un’anfora.

Sulla destra un danzatore, un suonatore di cetra ed un piccolo inserviente precedono un giocatore di kottabos, in atto di lanciare il vino dalla coppa. Il gioco del kottabos prevedeva infatti che i partecipanti lanciassero il vino contenuto in una coppa tenuta con l’indice della mano destra infilato in un’ansa, con l’intento di colpire un piattello in bilico su un’asta metallica; vinceva chi lo faceva cadere.

Sulla parete sinistra un personaggio, preceduto da un suonatore di doppio flauto, incede verso una danzatrice riccamente abbigliata (la defunta?), preceduta a sua volta da uno schiavetto con flabello e seguita da una ancella con attingitoio e specchio. Sulla parete di ingresso due pugili, in atto di combattere, dalle fattezze quasi caricaturali.

La tomba, databile agli anni finali del VI secolo a.C., è forse da attribuire alla stessa bottega responsabile degli affreschi delle tombe della Fustigazione e dei Baccanti. Il pittore, per sottolineare la distanza tra mondo dei vivi e mondo dei morti, ha voluto esaltare la cerimonia del simposio, cioè il momento in cui dopo il pasto si beve, si canta, si balla e si gioca. Il simposio è qui simboleggiato dai vasi per contenere il vino dipinti sulla parete di fondo.

Tomba del Gorgoneion
La tomba è stata scoperta recentemente (1960) e trae il nome dal greco Gorgòneios (Gorgone), che nell’antica Grecia ed in Etruria era un elemento decorativo con valore apotropaico (allontanava cioè la cattiva sorte).

Sul frontone della parete di fondo è visibile una testa di Gorgone con la lingua di fuori ed ai suoi lati sono dipinti graziosi alberelli con colombe nell’atto di posarsi.

Nella stessa parete di fondo sono poi rappresentate due figure umane, entrambe munite di bastone, che si scambiano un gesto di saluto tra altri alberelli ed uccellini azzurri, quasi a simboleggiare un luogo di riposo dove ci si incontra con amicizia ed animo sereno.

Datata primo quarto del VI secolo a.C.

Tomba “Due Tetti”
Il sepolcro risale alla seconda metà del III secolo a.C. e presenta notevoli diversità con quelli di epoca precedente.


Il soffitto è piano e non a spiovente, sorretto da un pilastro centrale e banchine lungo le pareti con le fosse sepolcrali scavate.


La decorazione pittorica è limitata alla sola parete di destra ed al pilastro centrale.


Sul pilastro è raffigurato un Caronte alato e sulla parete una scena con un defunto che si prepara a varcare la porta dell’aldilà, custodita da Caronte, accompagnato da Vanth, il demone femminile che impugna una torcia e due uomini, forse due parenti morti in precedenza.
La scoperta risale al 1969.

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